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RAIDERS OF THE LOST SHARK

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 23/1/17 DAL DAVINOTTI
Ok, il titolo spielberghiano c'era; toccava in qualche modo giustificarlo... Ci si proverà dopo un attacco introduttivo sulle rive di un lago (siamo in Ontario, Canada), in cui vengono divorate senza alcun effetto speciale le prime quattro vittime: bagnetto, urla, primo piano sulla bocca aperta della bestia, ruggito (perché ormai al cinema gli squali ruggiscono, è un dato di fatto), stacco e ciao. Poi appunto, sui banchi dell'università una bella professoressa (Lidstone) fa un po' di lezione in classe, racconta degli squali nella preistoria e ci fa credere che forse gli antichi pescecani di dimensioni mostruose di cui alcuni testi parlano non sono del tutto estinti. E infatti tre studenti, che potremmo con molta fantasia definire "i predatori dello squalo perduto" (ecco la vaga giustificazione del titolo), decidono di andare a visitare un'isola dove si dice esista ancora qualcosa di simile. Gli agganci a Spielberg finiscono qui, il resto è lo shark-movie di serie Z più tipico, in cui ogni parvenza di logica nei dialoghi è ignorata e si passa dal lago al mare e viceversa senza spiegazioni plausibili (ok, esistono degli accessi dall'uno all'altro, questo è chiaro); l'importante è dare qualcuno in pasto al solito squalo disegnato malamente a computer, che la prima volta in cui appare salta fuori in verticale dall'acqua assalendo un bagnante alle spalle e divorandoselo tutto durante il tuffo di ritorno. Forse è il caso di chiamare qualcuno. Non lo sceriffo però, un debosciato che pensa solo a dormire in ufficio e a pretendere dal suo inferiore di esser chiamato "sceriffo". Così viene contattata la professoressa di cui sopra, eminente ittiologa, per esser portata a gran velocità sull'isola con l'obiettivo di sconfiggere quello che scopriamo essere uno squalo geneticamente modificato per uccidere (wow, che novità!). Il bello è il come è stato modificato, stavolta, perché lo vediamo a un certo punto attaccare un jumbo a non si sa quanti metri d'altezza facendolo esplodere. Scopriamo insomma che qui lo squalo ha praticamente le stesse facoltà di Superman e vola passando da una parte all'altra dello schermo come un autentico aereo di linea! Non attacca solo in mare e sulla riva come s'era visto all'inizio, quindi, ma anche in piena foresta. Nel frattempo arrivano in zona pure i tre studenti, saliti in barca con un pescatore che vuol fare il saggio ma viene decapitato appena si sporge fuori dal bordo. I tre vengono raggiunti dalla bestia, fatti cadere in acqua e azzannati (se non altro uno di loro viene divorato “live”, che nel film è purtroppo una rarità concessa a due o tre casi, gli altri son tutti attacchi fuori campo). Rimasta sola, la sopravvissuta raggiunge l'isola e incontra lì la sua professoressa con la boss locale che sta cercando di spiegarle cosa fare per trovare il mostro. Insomma, situazioni a dir poco bislacche una dietro l'altra appiccicate con lo sputo per dare una parvenza di trama al tutto, interrotte da scenette bizzarre messe lì per allungare il brodo: in una, ad esempio, una bella figliola (l'unica, visto che le altre perdono tutte nettamente il confronto con le loro colleghe di shark-movies, solitamente molto più attraenti e fisicamente prestanti) insulta il partner che non le compra i gioielli, va a farsi un bagno e quando lo squalo se la mangia l'uomo invece che disperarsi ringrazia Dio di averlo liberato da una simile iattura. Visto quanto la giovane era irritante ci aggiungiamo ai ringraziamenti. Non parliamo poi del finale, dove si riaffacciano lo sceriffo e il suo braccio destro per assistere all'assurda distruzione del mostro, con dinamite lanciata a caso in aria ed esplosione salvifica. E' evidente che si fa per ridere e come spesso accade lo si capisce proprio dalla durata, che (come in questo caso) raggiunge molto a fatica i 70 minuti (eterni titoli di coda compresi).
il DAVINOTTI