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DINOCROC

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 21/4/16 DAL DAVINOTTI
Sotto l'egida di Roger Corman, prima apparizione per il T. Rex con il muso da coccodrillo che troveremo sei anni dopo in lotta con Supergator. Siamo nell'ambito del solito esperimento finito male nel laboratorio genetico di turno (la società si chiama Geneco), che studia come ingrandire gli animali per soddisfare un maggior fabbisogno alimentare. A dire vero il dinocroc fugge via che è ancora piccoletto, ma nel giro di una notte ha già raggiunto le tipiche dimensioni del mostro da B-movie americano e può cominciare a divorarsi chi bazzica in zona. Dapprima un paio di pescatori; quindi, dopo una veloce apparizione letale sulla spiaggia tra i bagnanti ("Papà, lì c'è un dinosauro...", "Sì Brandon, stai lontano dall'acqua, ok?"), anche qualche personaggio più significativo. A dargli la caccia lo sceriffo del posto (cui dà il volto lo specialista del ruolo Charles Napier, vera star del film), sua figlia Diane (Longenecker) che si occupa di protezione animali, un amico di famiglia (Borlenghi) e l'erpetologo della situazione (Mandylor), mandato dalla Geneco per risolvere i casini. Tutti insieme per le paludi alla ricerca del mostro con l'intenzione di preparargli una trappola. Sviluppo standard, effetti speciali nemmeno così terribili considerato che il film è del 2004 e la curiosa scelta di usare musiche alla Carmina Burana per sottolineare i momenti di tensione quando compare in scena il dinocroc (non che la cosa abbia molto senso, a dire il vero). Recitazione sotto la media (Napier escluso), una relazione improvvisata - tra Diane e l'amico con la faccia ben poco espressiva – che sa tremendamente di posticcio, un po' di giornalisti in cerca di scoop che non mancano mai, la questione spiagge aperte sì spiagge aperte no per ricordarci che è ancora Spielberg il padre putativo del genere. In tutto questo però a mancare, oltre alla fotografia (ma non si poteva pretendere troppo, per un film così), è proprio un minimo di suspence: il regista Kevin O'Neill non riesce mai a trasformare il film in qualcosa di appena più stimolante di un giocattolone senz'anima; inoltre la colpevole assenza – in questo caso - d'autoironia non permette nemmeno di recuperarlo come oggetto almeno in parte divertente. A far sorridere è forse solo la comparsa, nelle ultima scena prima dell'inutilissimo epilogo in auto, del treno forse più lungo che il cinema abbia mai visto passare: non finisce mai! Un po' come il film, che avremmo volentieri visto concludere dopo il trappolone. Invece no...
il DAVINOTTI