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SHOGUN IL GIUSTIZIERE

All'interno del forum, per questo film:
Shogun il giustiziere
Titolo originale:Shogun Assassin
Dati:Anno: 1980Genere: antologia (colore)
Regia:Robert Houston
Cast:Tomisaburô Wakayama, Kayo Matsuo, Minoru Ôki, Shôgen Nitta, Shin Kishida, Akihiro Tomikawa
Note:E' il rimontaggio di parte dei primi due film della saga giapponese (composta da sei titoli) di "Lone Wolf and cub".
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M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 3/2/16 DAL DAVINOTTI
Per importare un successo giapponese di qualche anno prima, gli americani decidono di rivestirlo di un appeal più internazionale combinando i primi due capitoli della saga di “Lone Wolf and cub” (tratta da un celebre manga) e rimontandoli per comporre un bell'action che lasci trasparire la forza di certo cinema ambientato ai tempi del Giappone feudale, tra ninja e samurai. Il protagonista (Wakayama) è l'ex boia dello Shogun (il titolo originale è infatti SHOGUN ASSASSIN), a cui ammazzano già dopo pochi minuti la moglie facendolo imbestialire; trasformatosi in assassino, prende con sé il figlioletto di tre anni (che fa pure da narratore, nella nuova edizione occidentale) e comincia a girare il Giappone per cercare i responsabili e vendicarsi. Se non fosse che il film è tratto da un fumetto potremmo tranquillamente parlare di assurdità in sequenza che non stanno né in cielo né in terra, ma si sa che con prodotti del genere diventano accuse prive di senso. L'ex samurai se ne va per le vie trascinandosi il figlioletto in un carrettino attrezzato come l'Aston Martin di James Bond (tanto che il piccolo, dolcissimo, ogni tanto fa fuori qualcuno anche senza l'aiuto di papà)! Il film è almeno nelle sue parti migliori una lunga sequela di ferocissimi scontri con ninja di tutte le fogge (uomini e donne, perforate pure loro senza tanti complimenti): il sangue sprizza rosso dagli arti frantumati o dalle teste decapitate ed è chiaro che l'arte del regista si concentra soprattutto nel rendere visivamente accattivanti queste scene, non trascurando comunque di studiare con attenzione ogni inquadratura, valorizzata pure da una splendida fotografia. Quando la violenza non prende il sopravvento (e nella seconda parte capita spesso) restano comunque pregevolissime la cura scenografica e la magnificenza delle riprese, realizzate per colpire relegando ai margini ogni parvenza di sceneggiatura. Un'opera elementare nella sua concezione ma affascinante se si considera l'anno di uscita dei film originali (erano i primi anni Settanta), sicuramente moderna nella sua concezione e da seguire col sorriso sulle labbra, nonostante la massima serietà e cupezza dipinta sul volto del protagonista dall'inizio alla fine. Diverte vedere come, quando finalmente i nemici capiscono che conviene sequestrargli il figlio minacciando di di ucciderglielo, il nostro non solo non si arrende ma parla direttamente al piccolo dicendogli che andrà presto a ricongiungersi con mamma, con grande scorno di chi sperava di aver chiuso la pratica! Peccato per il finale contro i tre “maestri della morte” (esiste un doppiaggio italiano, fatto per la vecchia vhs) che, piuttosto sbrigativo, non sfrutta come dovrebbe la splendida ambientazione tra le dune del deserto. Ci voleva più dinamismo in regia, nel complesso, specialmente nell'ultima parte, ma anche così – da non sottovalutare la sinuosa colonna sonora – molte scene lasciano il segno. Vedere il samurai combattere col piccolo sulle spalle lascia esterrefatti, ma l'esagerazione si percepisce un po' ovunque; basti pensare che il bimbetto, dopo appena mezz'ora di film, ci fa sapere che il babbo ha già fatti fuori 342 ninja (serve conoscerne il numero esatto perché papà gli ha detto di pregare per le loro anime, e come fai a pregare se non sai per quante anime devi farlo?).
il DAVINOTTI